Via Tripoli 20 è un posto bellissimo

il 28 lo sarà ancora di più


Avere 20 anni non è una cosa facile. Quando sono sbarcata in via Tripoli, in Santa Rita ho subito pensato che fosse il mio angolo di provincia in città; avevo 23 anni e già mi credevo d’esser grande.
Facevo il mestiere più bello del mondo: le piadine part-time in centro città e conoscevo così un sacco di giuovani molto diversi tra loro e nessuno di loro, vi giuro nessuno, poteva definirsi anonimo. La mia carriera universitaria arrancava e in fondo poco importava mentre diventavo padroncina della mia vita ogni giorno di più.


Quando sono arrivata tra quelle 4 mura piuttosto fatiscenti e coloratissime, la prima cosa che ho fatto è stata scrivere a pennarello sul muro della cucina. “Redefinition” , che potrei far passare come un concetto aulico riassunto in una parole chiave ermetica e invece fu semplicemente la prima cosa che mi passava per la testa, il ritornello di una canzone sciocca.

io che non so che pennello pigliare

Come prima cosa ho invitato tutti i miei amici a decorare il muro che da lì a poco avrei ridipinto scegliendo per l’occasione un fantastico color lilla per volere del caso, anche questa volta. Mentre pennellavo in dolce compagnia con un cappello di giornale in testa, un amico moriva in un caldissimo e fastidioso giorno di estate e sono scesa dalla scala per andare in chiesa per quell’addio insulso.

me felice su pavimento crepato

Pian piano quelle due stanze hanno preso la mia forma senza spendere mai nulla, ma piuttosto inventadomi qualcosa di non sempre esteticamente appagante. Ma l’apparenza conta molto poco quando si è felici e io lo sono stata parecchio su quel pavimento crepato.

C’è stato quel brunch dell’8 dicembre con molti cuscini in terra e 16 ore di persone che passano, restano, cantano e il bloody mary che nonostante lo scetticismo va a ruba e alla fine solo tu, senza mai freddo addosso.


C’è stata quella volta che ho creato una cornice vuota solo per farci stare degli scarabocchi sbiaditi.


Poi quella volta che ho sbagliato le dosi di una torta e hanno riso tutti tantissimo, fino a stare male, davvero, e che tu sputavi lo zucchero dal ridere e i vicini battevano sul muro.

E quella volta che siamo tornati con il sole che già ci rassicurava, ma tu avevi paura lo stesso, ho messo Levante ed è andato tutto bene mentre fissavi un po’ il soffitto e un po’ me e finalmente ci siamo addormentate.


Tutte le volte che son tornata da un viaggio e ho tirato un sospiro di sollievo ritrovando un po’ di solitudine (tranne quella volta che avevo scordato di buttare l’immondizia prima di partire).

Tutte le volte che ho messo la playlist “the Fox” per prepararmi ad uscire e ho ballato da sola o in compagnia, quasi sempre già brilla.

Quella volta che mi hai aiutato a montare la libreria e ti sei offerta di fare un murales che ancora devi finire.

La volta che tu giravi a petto nudo e ho pensato che ti volevo bene, ma in quella casa non sei mai più rientrato.


Quando vi siete fatti dare le chiavi a mia insaputa per nascondervi in doccia, ma non lo sapete che non amo le sorprese? ma le torte sì e vi ho perdonato, anche se ero spettinata.

Le mattine che c’era la festa della via e mi svegliavo presto di domenica, ma con il sorriso, per il gran vociare della gente per la strada.

Le volte che abbiamo dormito in 3 nel letto, sempre scomodissime/i.


Quella volta che vi ho lasciato le chiavi di casa e mi faceva piacere sapervi lì.

La notte che Summetime sadness è andata in loop per oltre 4 ore, ma alzarsi a cambiarla era impossibile e certamente, non ne valeva la pena. La stessa volta che la luce era accesa per la prima volta, a illuminare ogni sbaglio.

Il giorno che abbiamo mangiato a letto dopo una giornata di banale felicità.

Il giorno che poi Cosmo ha cambiato per sempre quelle stanze.

Le volte che abbiamo ballato a 8 zampe o che hai provato a nasconderti dietro il vetro satinato e mi hai fatta ridere. Quando ci siamo chieste se eravamo pronte e lo abbiamo fatto lo stesso, ma no che non lo eravamo.


Devo tante cose a via tripoli 20. Di avermi regalato il sonno al posto dei pensieri infiniti (pure troppo sonno). Di avermi insegnato a non rimandare sempre. Di avermi fatto capire che culo che si è fatta mamma. Ma quelle pareti se parlassero ci terrebbero a ricordare anche le cose meno belle che mi hanno fatta crescere seppur mai in altezza. Tipo la volta che mi hai chiamata piangendo, mentre cucinavo la cena e ci hai detto grazie. e noi a te, mai. La volta che hai suonato alle 2 di notte e io ho alzato troppo la voce e quasi le mani. La volta che abbiamo ascoltato abbracciate Di domenica con le lacrime agli occhi, ma era solo sabato. Quella volta che sei stata male e volevi per forza dormire sul pavimento del bagno e io mi son sentita in colpa e il giorno dopo avevi la scuola e sarebbe stato buffo, se non fosse che non lo è stato.

Tutte le volte che mi è mancato l’entusiasmo, che mi annoiava la tua felicità.

La volta che mi faceva male ogni muscolo a vederti andar via, ma era la cosa giusta. Tutte le volte che mi hanno detto di farla, la cosa giusta.


E ora cambio casa. E sapete mi sposto di poco, di qualche portone per guadagnare qualche metro, per vantarmi di una certa coerenza cromatica che me la scordavo nel mio bilocale preferito. Spesso mi hanno ripetuto che perdere qualcosa, riuscire a lasciare andare qualcosa, non è solo un male, ma è spazio che guadagniamo per qualcosa che non abbiamo ancora avuto la fortuna di avere. Io a volte storco il naso, sapete la fatica che faccio a perdere i pezzi, ma ogni tanto ci credo; che sia una fortuna, ricominciare. Dai bicchieri, dalle posate, dai lampadari; e vedere che cosa viene fuori. E soprattutto, che cosa viene dentro.






















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