A 29 anni la mia prima volta (al concerto di Laura Pausini)


A 29 anni è raro trovarsi per la prima volta al concerto di Laura Pausini. A questa età, infatti, le tue scelte musicali le hai già fatte tempo addietro. Chi è qui per la prima volta è un bambino o più probabilmente una bambina molto piccola, gli altri son veterani e si riconoscono tra loro con uno sguardo.

E poi ci sei tu, che ti piacerebbe dire che sei qui per caso, per un biglietto regalato. E invece NO, come direbbe Laurona nazionale, lo hai scelto, pagato a prezzo pieno un po’ per essere al fianco di un’amica in un’occasione speciale, un po’ perché nella vita bisogna pur fare qualcosa di cui non andare fieri.

Ti ritrovi presto davanti all’Olimpico che pullula di umanità. Ci passi spesso di qui, ma è tutto irriconoscibile. Sciami di donne più o meno giovani avanzano in numerosi gruppi accomunati più che altro dalla birra che tengono in mano o dal biglietto perfettamente conservato, seppure da mesi, nel cassetto del comodino. Sì perché il concerto di Laura Pausini non è un evento che si consuma in una sera, ma un piano diabolico studiato mesi prima: si acquistano biglietti in era preistorica, un po’ a spanne, pregando che i rapporti tengano fino a quella data lontana nel tempo. E se qualcosa va storto, una faccia amica con cui passare la serata la troverai.

Al tuo primo concerto di Laura, di persone conosciute ce n’erano parecchie. Potremmo provare a definire dei tratti comuni che definiscano il pubblico e un po’ ci avvicineremmo al risultato, ma nessuna categorizzazione può davvero raggruppare quella folla. Una cosa è certa: quando sei una Laura-Vergine si vede subito, è molto difficile passare inosservati e anzi hai un po’ gli occhi puntati addosso. 
Piuttosto puntuale il concerto parte. In quel momento ricordi che il concerto non è solo di Laura Pausini, ma per rincarare la dose ci hanno messo pure Biagio Antonacci, ed ecco spiegata la esigua fetta eterosessuale del pubblico femminile. Ad ogni modo. Si parte. Chitarrone e videowall giganti manco fossero i Cure (dei tempi d’oro) al Glastonbury Festival. Ma mettiamo da parte i pregiudizi, il repertorio è valido, questi due insieme hanno venduto più di tutto l’indi italiano messo insieme e moltiplicato per dieci, qualcosa vorrà dire (non diciamo cosa).

È un’emergenza d’amore
Il mio bisogno di te
Un desiderio così speciale
Che assomiglia a un dolore per me

Amore che fa rima con dolore, la storia più vecchia del mondo, che continua a funzionare.

Si parte con Laura quindi, ma in una mezz’oretta arriva lo spazio anche per il bello e impossibile Biagio che snocciola a due voci con L. un medley che fa bene agli occhi, ma alla lunga intorpidisce l’entusiasmo dello schieramento Pausiniano.

Noi non ci facciamo compagnia
Bruci vita e fai volare il tempo
io ti vengo dietro ma in affanno
Stanco di doverti e di spiegarti

Un altro grande topic del cantautoriato nostrano: la rincorsa amorosa che finisce comunque e sempre in tragedia. A questo punto le prime lacrime bagnano la folla a chiazze. Statisticamente ci sono un sacco di persone che si saranno appena lasciate, che si stanno per lasciare, che si ricordano di quando si sono lasciate, e ognuno vive questo dramma alla sua maniera. Chi fissa il cielo in cerca di risposte, chi piange spudoratamente, chi urla incazzato per esorcizzare il dolore e probabilmente sarebbe dovuto andare a un concerto dei Prodigy piuttosto che qui. Ma comunque lo scenario è quello di una pacifica convivenza, davvero. Anche quelli che avevano comprato insieme i biglietti mesi prima, (ricordate?) ecco anche quelli alla fine si ritrovano e ondeggiano tutti insieme, uno sguardo alla realtà e uno al palco e non si sa bene dove sia lo spettacolo vero.

E poi arriva QUEL momento. Ognuno ha il suo personalissimo, ma alcune canzoni sono il momento di tanti. Ognuno ha quella canzone che vale il biglietto, che ti ha portato qui, solo per urlare quelle parole, per godere di quei 3 minuti di follia collettiva.

Chiedimi scusa anche per quello che sono

Estasi.

Sarà che hai preso tutto e l’hai buttato via
Qualsiasi cosa fu, qualunque cosa sia.

Sorvolando sulla rilettura a freddo di questo testo dalla logica traballante…Che bomba!

E adesso mi è tutto più chiaro. La sua voce, indiscutibilmente grande, il suo look schizofrenico che mette tutti d’accordo, l’accento tortellino emiliano che suscita un misto di tenerezza e comicità. Vale la pena, una volta nella vita, di vederla, ma che dico, di viverla, Laurona nazionale.

Esaurito il picco emozionale, la tensione precipita insieme all’attenzione in un baratro senza fondo, come senza fine è la fottuta scaletta. 33 pezzi. (e badate che i medley valgono 1). Sono più di due via crucis, rendiamoci conto. Alla fine studi le vie di fuga sognando il momento in cui la messa sarà finita e andrete in pace. Resisti, canticchi, dondoli, le mani in tasca, mentre le fanS quelle vere sono fresche come delle rose, i tuoi muscoli svolgono a malapena il compito di tenerti in posizione eretta. Fortunatamente si chiude in bellezza. Tra te e il mare. La voce di lei, le parole di lui.

Ma nella tua testa senti solo questa versione.

No, amore no,
non ce la fo
so ‘ tre ore che ‘sto qui
Non vivo più
Non ce sto più
Ho paura aiutami

Amore non ti credo più
Ogni volta che vai via
Mi giuri che è l’ultima (canzone)
Preferisco dirti addio.
uouuuuuuuuu

Sipario. Saluti e baci sparsi e via nella notte, su due ruote, ad addormentarsi con un’altra esperienza di vita sulle spalle. Laura, non ti dimenticherò, ma un concerto a vita può bastare.

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