freelance content manager

Perché lavoro da content manager freelance e vivo meglio

Un sito nuovo e un lavoro pratico per arrotondare. Ecco la mia ricetta di serenità da freelance

Fino a pochi mesi fa lavoravo in un’agenzia di comunicazione. Ci siamo passati tutti, almeno quelli che lavorano o cercano di lavorare nel mio campo.

Lavorare in un’agenzia ha i suoi vantaggi. Intanto lo dici e anche se la gente spesso ignora di cosa si tratti, fai comunque una buona impressione. Poi chiaramente dipende da quale agenzia, ma questo è un altro discorso. Nel dubbio comunque hai (o dovresti avere) un posto stabile, dei colleghi mediamente giovani e simpatici e la pagnotta assicurata: insomma una rassicurante routine.

Eppure lasciare l’agenzia a settembre, cioè in coincidenza con il mio trentesimo compleanno, è stata la scelta più riuscita e furba della mia vita.

Oggi lavoro part time come freelance, quindi lavoro in autonomia quando i lavori arrivano, senza cercarli forsennatamente e senza svendermi. Il resto del tempo lo spendo insieme al mio cane Cosmo dopo essermi persa quasi per intero il suo primo anno di vita (il che mi rende una mamma con dei rimpianti). Per finire, arrotondo le mie entrate lavorando in un’escape room di Torino ed è davvero una figata. Certo, oggi quando mi chiedono “Che lavoro fai?” è ancor più complicato di prima, ma mi diverto a proporre una versione sempre diversa e sempre vera, in effetti.

Io e le mie anime lavorative:

Tutte le cose che faccio oggi, le faccio meglio.

Perché le faccio per scelta, perché vario le mie attività, perché le rinunce sono drasticamente diminuite e le mie entrate non lo sono così tanto da giustificare un passo indietro! Ho pochi clienti, oggi, li conosco tutti più che bene, gestisco con loro ogni fase del progetto che sviluppiamo insieme; dal primo contatto al feedback, prendendomi tutte le responsabilità, nel bene e nel male. Quando lavori in un’agenzia, la parola chiave è compromesso: sei stipendiato per fare quello che ti dicono (anche quando cozza decisamente con le tue idee e principi lavorativi) e il prezzo da pagare per questo compromesso ricade sia sui componenti del team, che a volte peccano di sciatteria, sia sul cliente che riceve un lavoro privo di slancio creativo e convinzione.

Adesso, da freelance, il mio modo di lavorare è cambiato. Intanto faccio anche altro. Questo è assolutamente positivo per una persona che, come me, svolge un lavoro creativo e deve produrre contenuti originali. Come fai ad avere qualcosa di interessante da raccontare se ciò che vedi per 9/10 ore al giorno è uno schermo del pc? Molto difficile. Invece il famoso e abusato termine storytelling non può prescindere dalle intersezioni, dalle contaminazioni narrative, per cui contesti più disparati possono intrecciarsi all’interno di testi professionali e di narrativa del brand. Più persone incrocio e osservo, più mi sento preparata per assumerne la voce, le idee, le tonalità. Ecco che il mio lavoro in escape room mi torna utile. Ogni giorno si presentano ai miei occhi, ragazzi, famiglie, manager e improbabili assemblaggi di persone che provengono dai contesti più disparati. Il mio ruolo, oltre a quello di spiegare le regole del gioco, è proprio quello di capire chi ho di fronte per saper dire la parola giusta al momento giusto; permettermi una battuta o tenerla per me.

E non è in fondo questo il ruolo di un copywriter o di chi si occupa più in generale di comunicazione? Capire chi si ha di fronte, assumerne i panni e far sì che il cliente in questione si esprima in maniera ottimale, ma senza snaturarsi.

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