quarantena distanziamento sociale

Chi si prenderà cura dei nostri corpi alla fine della quarantena?

I nostri corpi, molti dei quali trascurati da mesi, quando torneranno a sentirsi vivi, amati, desiderati?


Tra pochi giorni si riaprirà, molti torneranno al lavoro. Ma no, la fase 2 ce lo dicono chiaramente non sarà la normalità e io non posso che riflettere su un’annosa questione che riguarda molti esseri umani della nostra nazione. La cura dei nostri corpi. Della nostra epidermide, quella parte del nostro corpo più esposta al fuori e al sentire.
Questa quarantena è stata come giocare a 1,2,3 stella e quando è arrivata la parola magica ci siamo tutti pietrificati là dove eravamo. Chi era a casa in campagna con i bambini e il cane lì è rimasto, chi era solo in un piccolo appartamento lì è rimasto. Eppure quelle erano le vite che avevamo coltivato, ma senza sapere che non avremmo avuto più la possibilità di cambiarle (per un po’ almeno).

In questa nuova realtà chi di noi aveva perso l’amore o non l’aveva trovato in tempo, cioè prima della grande mutazione del covid-19, sarebbe stato condannato a passare il resto della vita completamente solo. Saremmo sopravvissuti ma senza tatto, senza pelle.

Così scrive Paul Preciado su Internazionale immaginando il dopo. Ci restituiranno le strade e i parchi, il salario (se siam fortunati), ma la pelle? Chi si curerà della nostra pelle?

Assistiamo già in questi giorni a un distanziamento sociale che non è solo normativo, ma sostanziale. Quante volte vi sarà capitato in questi giorni di incrociare il cammino di qualcuno e di allontanarvi, istintivamente? Di allargarvi sul marciapede o addirittura scendere dal marciapiede sulla strada, o di vedere l’altra persona che abbassa lo sguardo, come se il virus passasse dagli occhi come una lacrima che va da cornea a cornea. Questo è il primo effetto che colpisce chi non ha già stretto attorno a sé chi può prendersi cura del proprio corpo.

Anche in questo caso, il distanziamento sociale non è uguale per tutti e qui la stratificazione sociale c’entra fino a un certo punto.


Penso agli anziani nelle RSA, ai diversamente abili nei centri diurni (molti tuttavia chiusi), penso a chi semplicemente ricorreva a sexworker per provare un senso di cura che gli è estraneo nel quotidiano e banalmente a tutti i singoli di questo paese.

Gli operatori socio sanitari non smetteranno e non hanno mai smesso di svolgere il loro lavoro, di nutrire, lavare e prendersi cura dei bisogni primari degli ospiti delle strutture in cui operano, ma è facile pensare che ancora per un bel po’ sarà il timore a guidarli nei loro gesti, piuttosto che la consueta empatia umana. E non c’è nemmeno da biasimarli, ma tant’è.

Leggevo questo semplice racconto di un giro visite di un medico di base in una RSA. A proposito di una paziente la dott.ssa Sofia Frigerio dice:

Sorrideva molto, prima di mettersi a piangere come un uccellino e confessarmi, mentre mi diceva di suo figlio che non poteva tenerla a casa e di quell’altro figlio che era morto, che le prende ogni tanto qualcosa (e si portava una mano alla gola, al petto), qualcosa che la prende proprio lì e non passa, e non sa come dirlo ma si sente così sola, ecco, sì, si sente sola. Lo dice e poi quasi mi sorride per scusarsi, come se avesse detto qualcosa di sconveniente.

Già, la solitudine. Un male che non si scaccia definitivamente con una carezza, ma che si può alleviare proprio a partire dall’immediato del sentire perché da lì tutto si muove, anche per arrivare al cervello.

Quante carezze concederemo quando tutto sarà finito?


Non parlo solo dei metri di distanza, parlo di ciò che già è cambiato nelle nostre teste. Di come siamo profondamente concentrati sulle persone che amiamo e di quanto gli estranei siano oggi un’incognita preoccupante e non una possibilità di arricchimento.

Non c’è bisogno di pensare a chi è per definizione svantaggiato. Ma anche coloro che non hanno una relazione stabile o un cerchio molto ristretto di rapporti umani profondi e che scavalcano restrizioni e timori. Coloro che magari usufruiscono delle sex worker o prostitute o come volete chiamarle.

Ricordo che prima di farlo mi lavò, mi portò a letto e mi diede un lunghissimo abbraccio tenero, dopodichè si aprirono le danze. Fu il sesso migliore della mia vita.

Questo è un racconto qualsiasi della prima volta di un uomo con una prostituta. E parla di un abbraccio tenero, perché non bisogna cadere nella banalizzazione del sesso a pagamento come qualcosa di riprovevole o necessariamente volgare. Perché si tende a demonizzare le nostre esigenze sessuali e a confinarle, mentre sono spesso il pezzo di un puzzle che tocca ogni componente di noi. Senza dimenticare che la sessualità può passare anche attraverso quella carezza, che sarà sempre più difficile da trovare.

Ma ci vedete, a baccagliare in mascherina e guanti?

Sarà difficile, sentirsi a proprio agio, magari ci abbiamo messo anni a fare pace con i nostri difetti estetici e utilizzare il nostro corpo con fierezza e consapevolezza e adesso ci ritroviamo molti passi indietro.

E poi dove sfoggeremo le nostre armi di seduzione? Sulla strada verso il lavoro?
Privati degli sport di gruppo che ci mettono in pace con il nostro corpo e ci donano quel benessere che sta alla base dell’autostima, della realizzazione di sé, insieme a famiglia, lavoro, bla bla. Senza bar, pub, locali che aiutano a disinibire i più timorosi a fare incrociare gli stessi bisogni, come faranno molte persone a trovare sonno, impregnati di solitudine e tristi pensieri? Un corpo sereno dorme meglio, un corpo stanco dorme meglio, un corpo appagato dorme da dio.

Sicuramente sarà l’occasione per curarsi di altri aspetti del nostro io, se non lo avessimo fatto già abbastanza in questi 60 giorni di reclusione forzata, ma non si può prescindere dall’apprezzamento corporeo dell’altro che nutre di pari passo il nostro stesso autoapprezzamento. Non esiste fantasia che non si nutra di realtà e quando gli scenari del reale sbiadiranno nei mesi, di cosa ci nutriremo per sentirci desiderabili anche solo da noi stessi?

E non si parla necessariamente di sesso. Ma del sentirsi a proprio agio in una promiscuità anche accidentale. Non vi è mai capitato di sentirvi bene tra la folla, tipo a un concerto, tipo trascinati da una folla che salta a ritmo e in qualche modo quella circostanza ti nega ogni pesantezza fisica e mentale? A me capita spesso e la stagione dei concerti che non arriverà mai quest’anno, mi pesa invece molto, sulla pelle e sotto la pelle.

Insomma, sì sono preoccupata anche io per questa fase 2, 3, per le conseguenze che non solo l’epidemia, ma soprattutto la narrazione fatta su di essa, avranno sui nostri corpi e sui corpi di chi era già meno fortunato prima del Covid19.

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