Ten (not) new songs


Un post di fine anno è d’obbligo; il 2016, il mio, ve lo racconto con parole e musiche non mie. 10 canzoni per 366 giorni.

Gennaio si apriva con un viaggio in macchina stretti stetti verso Napoli. Si cantava amme me piac ‘a nutella, gelato ca panna. Ma poi in cuffia sentivo cosa mi manchi a fare, a me non mancava un cazzo, ma poi è arrivata Frosinone, i piatti lasciati sporchi ad ammuffire, i bicchieri bevuti per pensare meglio e invece non pensare affatto. Il 10 gennaio moriva David Bowie, sono arrivati tanti ricordi tutti insieme, col freddo che faceva.

A febbraio Coez si insinuava ancora, per quanto lo scacciassi, la befana si era portata via tutte le feste, ma aveva lasciato da ripulire un bel macello. E non mi chiedere più se sto bene, non c’era bisogno di dirlo. Però nascevano cose fighe come Iride Magazine, ho iniziato a scrivere, disposto materassi in terra per atterrare sul morbido. A marzo ha nevicato e sono rimasta a bocca aperta una mattina prestissimo.

Ad aprile è tornata la moda del lento che non passa mai, come il tamarro di j.ax che è sempre in voga perché non è di moda mai. Cristina si laureava con l’arrivo della primavera, io se fossi una che piange, avrei pianto ad aprile e invece no. Perché essere depressi oggi provoca troppi dibattiti, essere perduti oggi dura solo pochi attimi.

A maggio che sa di rivoluzione e piazze gremite, c’è invece chi si è arreso. Da Gianca ci andavamo quando c’era ancora l’originale, a ballara pigghia nu bastone e tira fori li denti, quando ha smesso di valerne la pena? 
Tell my wife I love her very much, she knows.

A giugno non c’era mai tempo, non c’era mai abbastanza di niente. 
Stasera niente cena fuori, non me la posso permettere, come tante altre cose. Tipo la felicità.

E poi l’estate. Il prestigioso Atletico Disagio vinceva qualsiasi cosa e ballavamo Rovazzi conciate per le feste, venerdì memorabili (ma andiamo a comandare ve la risparmio). Poi weekend dalle chiacchierate improbabili a pranzo nel chiosco di sempre. Amiche di una vita che ti fanno saper stare bene ancora. Amiche nuove che sanno specchiarti diversa e ti piace. Scoprire per caso quella cantante francese che piace già a tutti e vedendola sul palco capisci anche perché. Sudare l’anima sotto le stelle.

E poi settembre, che ho imparato a gestirlo o a lasciare che altri lo facciano per me. Gite in Val d’Aosta, pub stracolmi di persone strapiene. Il mal di vivere che prima o poi ci passerà. Parola di Motta. Nel frattempo le bombe russe continuano a cadere su Aleppo e noi ascoltiamo gli ex-otago, per dimenticarcene, non so se si fa. Siamo filosofi e operai, faccendieri e disperati, cinghiali incazzati ed io non sono un uomo, almeno non ne sono sicuro.
Un’altra canzone aiutava invece tutti quelli che stavano re-imparando a innamorarsi di se stessi.

Invece novembre tira brutti scherzi e rispunta un gruppo abbandonato alla cronologia di spotify. Ogni tanto ti torna la sensazione di dover espiare ancora chissà cosa e invece forse questa volta sei a posto, è che davvero quest’anno l’inverno è arrivato da un giorno all’altro. Ci ha presi alla sprovvista. Allora ho preso l’unica medicina che funziona su di me, la penna. Mi sono messa a scrivere di calcio ogni settimana su Tirolobero, a chiamare i mister e i dirigenti per i commenti post-partita, alla fine mi sono decisa: ho detto addio alla Zero Limits, alla Vodafone, #welcomeeramoderna. Ed è rimasta solo una canzone triste, ma bella. Blue monday l’ho messo qui, e ora non mi appartiene più.

Dicembre l’ho inaugurato spezzandomi un dito. Ho visto il colore delle ossa umane, che credevo più opaco e triste, invece sono belle le ossa vive, traslucide, bianchissime. Vivere senza una mano è stata una prova durissima durata solo un paio di settimane e qualche strascico. Ho imparato a usare meglio la sinistra e ho riflettuto su cosa vuol dire sentirsi diversi o disabili e dover chiedere aiuto sempre. Fa schifo, più di quanto uno pensi e mi fa incazzare, ma di nuovo, non so se sia giusto, mi ascolto un’altra canzone e ne rimane poi solo una. Scelgo l’ennesimo gruppo indi, ma che fissa ‘sta canzone. Lo so non mi riconosci, quel che mi fa parlare sarà il fascino del capitale.

E poi l’anno è finito. Cazzo è morta un sacco di gente famosa, ma (dicono) non più del solito, solo che adesso se ne fa un gran parlare sui social. Dicono, intanto George Michael e Leonard Cohen non cantano più questo è certo. 
E niente, vi auguro un anno pieno delle cose che vi piacciono e vi rimangono, quelle che fruttano. Pieno delle persone che scegliete di avere a fianco, di godervele senza pretenderle; be’ se riuscite ad amarle siete proprio bravi. 
Io per gennaio e il 2017 mi auguro questa, un po’ adolescenziale, un po’ puzza d’ascella come direbbe qualcuno che conosco, ma senza tirare fuori la retorica delle emozioni che fanno sudare, chiudo qui. Siate meno snob nel fare gli alternativi, vi prego, e imparate a dire sì a qualcosa, qualsiasi cosa, perché il nonvabeneuncazzo ha rotto i coglioni da prima di mo’.

Ora tutti a mettere a bagno le lenticchie e compare l’MD per domani.

Buon ascolto.

PS.

Qui trovate la playlist su Spotify con queste 10 magnifiche canzoni (tranne quella di Coez che non è disponibile e ho sostituito con un’altra sua di pari valore, circa). Si accettano playlist di risposta, di vendetta, di merda anche.

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