La lingua italiana sovrana e ribelle

Immagine tratta dal documentario “Me ne frego” di Vanni Gandolfo, 2014

La lingua esprime i pensieri e interpreta i parlanti al tempo stesso. Non solo una produzione del popolo, ma il popolo stesso. In quest’ottica la lingua combatte o talvolta si piega alle correnti che la attraversano.

L’italiano nello specifico tende a essere un idioma conservativo, soprattutto per quanto riguarda lo scritto. Forse solo l’avvento di internet sta accelerando il normale processo di evoluzione della lingua, ampliando il concetto stesso di lingua scritta.

L’italiano è quindi una lingua che resiste. Prima di lui hanno resistito e resistono i dialetti, da quando il Ventennio fascista cercò di estinguerli proibendone l’uso nei contesti pubblici, a partire dalle scuole.
Il Duce voleva promuovere una lingua nuova e uguale per tutti per esaltare l’italianità. Tentò di estirpare l’uso del lei in favore del voi; infatti l’uso del lei “servile e straniero” veniva considerato un forestierismo ricalcante la forma spagnola Usted e pertanto da eliminare. Come ben sappiamo l’obiettivo di purezza linguistica che il fascismo ha tentato di difendere è fallito. Non perché la lingua fosse di per sé antifascista, ma resistente, questo sì. Resistente alle norme imposte dall’alto.

La lingua è infatti sovrana di sé. Basti pensare che la grammatica non nasce prima della lingua. Raccoglie piuttosto le norme già vigenti e più comuni, nell’intento di uniformare il più possibile lo strumento linguistico. A dimostrare che non sia un dettame autoritario, è il fatto che le stesse regole cambiano nel tempo, piegate dalle consuetudini, prima orali e poi scritte, dei parlanti.

Fortunatamente però il linguaggio non è in completa balia del fenomeno di estrema semplificazione in atto con l’avvento dell’era digitale, che per sua natura impoverisce sintassi e grammatica in favore della pragmatica.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

Così recita la carta fondamentale. È proprio questa l’idea che meglio rappresenta il rapporto di interdipendenza tra uso della lingua e grammatica. Le norme grammaticali guidano il percorso evolutivo della lingua che cambia insieme alle esigenze espressive dei parlanti, che a loro volta reinterpretano la realtà in essere.

Quando la Presidenza del Consiglio dei Ministri pubblicò Il sessismo nella lingua italiana, curato dalla professoressa e linguista Alma Sabatini correva l’anno 1987. Si trattava questa volta di suggerimenti linguistici, piuttosto che imposizioni, rivolte al mondo scolastico e all’editoria per un uso della lingua italiana non sessista. Il riscontro non fu immediato e gli effetti pratici sulle consuetudini linguistiche furono limitati. Il documento ebbe però il merito di sottoporre la questione all’attenzione pubblica, aprendo alla riflessione politica sulla parità di genere, prima ancora che sulla questione grammaticale. Bisogna aspettare gli anni duemila, per vedere la lingua italiana evolversi in questo senso verso un uso non sessista, già realtà nel resto d’Europa. Basti pensare che la forma sindaca, suggerita già da Alma Sabatini, è entrata nell’uso comune in occasione delle elezioni amministrative di giugno 2016. Durante la campagna elettorale in particolare la candidata di Torino, Chiara Appendino, poi eletta al ballottaggio, ha fatto del titolo di sindaca una retorica ricorrente nella sua campagna elettorale.

Sono passati ben 29 anni prima che le indicazioni per un linguaggio non sessista avessero i primi effetti. La lingua, come la coscienza civica e la sensibilità alle questioni di genere, non si impone con le leggi, ma si impara nel tempo con un’educazione capillare e convincente che si serve di esempi concreti.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.