Costruiamo una gabbia che almeno ci piaccia


È vero che siamo liberi. La maggior parte di noi gode di una libertà che in altri angoli di mondo, o solo in altri salotti, se la scordano. Eppure mi viene da pensare agli uccelli dentro le gabbie aperte, che non escono perchè non sanno che farsene di una libertà che li ucciderebbe in poche ore. O semplicemente non sanno di poter volare letteralmente altrove, e la porta della gabbietta è solo l’ingresso del cibo, un pezzo di vista senza righe e poco più.

Così noi bipedi siamo liberi e potenti. Abbiamo diversi mezzi per oltrepassare confini e decidere cosa mangiare. Eppure. Non c’è peggior catena di quella che non vedi, ma che tira ugualmente e restringe il tuo perimetro e limita i tuoi percorsi decisionali.

Non mi addentro nemmeno nella riflessione sui legami che ci costruiamo “volontariamente” durante la nostra permanenza su questa terra.

Non posso passare la notte fuori perché il cane.

Non posso fare tardi perché mia moglie.

Non posso fare sesso occasionale perché mio marito.

Non posso andarmene di casa perché mia figlia.

Non posso partire per il Senegal perché il lavoro.

Tutto sommato queste sono “scelte” che hanno ristretto il perimetro delle nostre libertà. Il mio quesito sta a monte. Gira intorno al concetto di libertà di decidere per noi cosa è, non dico la felicità, ma lo stare bene.

Mi ritrovo spesso a pensare che non ci sia scelta, se non per pochi, di smantellare il bagaglio di convinzioni innate con cui nasciamo. Sembra quasi che scegliere la libertà assoluta equivalga a una condanna all’infelicità eterna, a un’irrequietudine mal vista.

Che triste quella donna che ha 40 anni e nemmeno uno straccio di marito.

Mai cresciuto quel ragazzino che non ha mai voluto bambini e sua moglie l’ha lasciato, perché non era pronto.

Eh si, perché prima o poi tutti dobbiamo esserlo, pronti. È un punto di arrivo. non un’opzione possibile come anche no, anche mai.

E ci siamo cascati tutti prima o poi. Anche voi femministe sovversive contro il patriarcato, contro il sistema e contro la donna guardiana del focolare. Anche voi vi siete ritrovati una domenica pomeriggio a far consumare il ragù delle lasagne con il cane che vi lecca i piedi e il vostro uomo/donna sul divano con una coperta che vi costringe a vedere un film demenziale e voi, ammettetelo, siete stati felici allora. Felici di far parte di quel quadro che una volta vi faceva pure schifo, ma solo perché era distante.

Anche se il ragù non vi piace (inspiegabilmente), al cane siete allergici. Anche se c’è il sole e a voi piace tanto l’aria aperta e le persone tristi con cui parlare, la domenica. Ma quello sembra il posto giusto dove stare e questo in qualche modo vi ha fatto stare bene.

Poi mi capita di leggere posta del cuore tipo questa (non chiedetevi perchè)…


La verità è che il nostro ventaglio di scelte è ristretto da milioni di fattori invisibili. Anche le scelte più banali lo sono. Come le parole. Come quella parola al posto di questa perché tutti dicono così, e ti entra dentro per lo stesso motivo per cui la pubblicità funziona ancora.

In inglese si chiamano Collocations, quelle espressioni composte da parole che ricorrono sempre insieme e nello stesso ordine, per convenzione. Tipo lanciare un appello, lanciare una petizione. Accostiamo due parole senza sceglierlo, senza decidere quale sia il termine migliore, solamente perchè è così che si dice, è così che si fa. Così nascono anche tutti quei gerghi infarciti di pigrizia, tipici del giornalismo più scadente (raptus di follia, delitto passionale ecc.)

Non dico che sia impossibile cucirsi addosso il proprio ideale di felicità, costruire il proprio quadro quotidiano in maniera diversa da ciò che ci si aspetta da ognuno di noi. Solo che è difficile, prima di tutto capirsi in un mondo che ti vede felice anche se non lo sei, solo perché hai tutte le cose a posto e la gente magari ti invidia e un po’ ti confonde. Ti fa sentire che a rinunciarci saresti ingiusto nei confronti di chi non gode del tuo stesso privilegio di normalità.

Non è facile lottare contro le confezioni formato famiglia e le conversazioni tutte identiche con chi ti chiede se finalmente hai messo la testa a posto.

Difficile è anche sentirsi. Se stiamo bene a comprare casa perché davvero vogliamo essere proprietari di quei muri e sceglierne i colori e i buchi per i quadri e per farlo siamo disposti a limitare per venti anni la nostra libertà di spesa. O se lo facciamo per dirlo a qualcuno che finalmente “compriamo casa” per rassicurare noi stessi che qualcosa lo abbiamo fatto, per sentirci al riparo dall’instabilità, che chissà quale piaga comporta…

Abbiamo scelto noi i nostri desideri e i nostri credo, o li abbiamo ereditati, assorbiti e subiti?

Che poi è la stessa ragione per cui molte donne sono misogine o detestiamo le bestemmie anche se non crediamo in alcun Dio.

Impariamo a fare caso al qui e ora e a combattiamo per ciò che sentiamo essere il nostro habitat, che non vuol dire non aspirare a terre più fertili o rimanere uguali a noi stessi, ma vuol dire non forzare la mano per essere la realizzazione di un’aspirazione che non è la nostra. Solo così possiamo sperare di scriverne di nuove, di vivere nuove possibilità da dare in eredità ai mondi a venire, perchè non sia una condanna eterna quella che oggi viviamo ancora forte, quella che ci fa scegliere di “crescere” a treant’anni perché quello è il termine ultimo per essere solo padroni di sè.

Stone walls do not a prison make

nor iron bars a cage

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