special olympics e inclusione

Non dite mai: “Se fossi nato così, mi ammazzerei” – Le parole che pesano

Le parole che pesano

Non lo dite mai e allenatevi a non pensarlo. L’ho sentito dire parecchie volte, principalmente da chi è immerso nel privilegio e non ha mai dovuto affrontare la morte nel suo dintorno. Guardare una persona che non può camminare da sola, che non può viaggiare, che non può scopare e dire: “Se fossi così mi ammazzerei”. Non fatelo. La disabilità e la malattia fanno paura e a volte pena, ed è proprio questo che aumenta il carico sulle spalle di chi ne è protagonista o alleato. Sono i giudizi a pesare più dei limiti oggettivi.


Un’occasione di riflessione

Mi è venuta in mente questa riflessione mentre a Torino e nelle valli olimpiche si tengono gli Special Olympics, un movimento sportivo globale che promuove l’inclusione delle persone con disabilità intellettive attraverso lo sport. Mentre scorro i video di questa bellissima iniziativa io sono in stampelle da due settimane e per altre due settimane. Camminare con una gamba sola e due stampelle ad aiutarti quando sei sotto i 40 anni e in forza non è proprio una grande disabilità, eppure ci può fare assaporare certe sensazioni se ci mettiamo in ascolto.


Impotenza e dipendenza: due facce della stessa medaglia

L’impotenza

La prima è l’impotenza. Sogni cose che non puoi fare, immagini contesti che non puoi vivere. Attenzione: non sono sempre cose maestose, a volte significa non poter fare una sorpresa a qualcuno, non prendere in braccio tuo nipote. A volte è non riuscire a prendere il pc dall’altra stanza, a meno che non ti inventi qualcosa, sempre che tu abbia un po’ di fantasia e prestanza fisica.

La dipendenza

Puoi portarmi il ghiaccio?
Puoi spegnere la luce?
Puoi aiutarmi a fare la doccia?

Può sembrare un divertente gioco di ruoli e obbedienza, ma si trasforma molto rapidamente in frustrazione reciproca. I caregiver accolgono le prime richieste con il sorriso, contenti di aiutare, ma a lungo andare, all’ennesima richiesta apparentemente e arbitrariamente non essenziale, arrivano i primi sospiri, malcelati. E alla fine chi vorrebbe chiedere smette di farlo, quando non è strettamente necessario.


Essere caregiver: un ruolo complesso

Quando decidi di stare a fianco a una persona disabile, di diventare caregiver, pensi che lo farai sempre con il sorriso. Ma non è così: le persone disabili non sono angeli malati, sono persone, con facoltà di arrabbiarsi, di essere teste di cazzo, di innervosire chi li accudisce, senza però smettere di aver bisogno di cure.

Marito e moglie litigano come tutti, si mandano a fanculo, si dicono che si odiano, poi quando è ora di andare a letto, lui deve svestire, lavare e rivestire sua moglie, anche se l’ha fatta incazzare, e lei deve farselo fare, anche se vorrebbe scappare.


La fragilità come parte della vita

La disabilità può essere una regola su cui basare la partita, una base su cui ridefinire i confini della propria soddisfazione. Ma la verità è che non siamo abituati a fare i conti con la fragilità, né la nostra né quella altrui. Quando la vita ti mette uno stop — temporaneo o permanente — impari che la vera forza non è arrangiarsi da soli, ma saper accettare l’aiuto senza che questo diventi una prigione emotiva.


Special Olympics: riscrivere i limiti

Forse, la lezione più grande è che il peso che una persona disabile sente non è dato tanto dalla sua condizione, ma dal modo in cui la società ci insegna a vedere la diversità: come un ingombro, anziché come persone che stanno solo giocando una partita con regole diverse.

Gli Special Olympics insegnano proprio questo. Non la compassione, ma la normalità di affrontare la vita o una competizione sportiva con le carte che si hanno, mettendo l’accento sulle possibilità anziché sui limiti. Gli atleti non sono eroi per il semplice fatto di partecipare: sono sportivi che si allenano, competono e cercano di superare sé stessi, come chiunque altro.


Lo sport come risorsa universale

Gli Special Olympics non sono solo un evento sportivo, ma un progetto sociale che mira a cambiare la percezione della disabilità, promuovendo l’accettazione e la celebrazione delle differenze. Lo sport è una cosa fantastica, intanto. È chimica, adrenalina che cura. Lo sport è squadra e superamento dei propri limiti. Tutti dovrebbero avere la possibilità di accedervi, ma non è così. E non pensate solo alla disabilità: le barriere all’accesso esistono; barriere economiche, sociali.


Conclusione: una partita con regole diverse

Gli Special Olympics ci insegnano che il valore di una persona non si misura nei limiti che affronta, ma nella forza con cui sceglie di giocare la propria partita. E forse, la vera vittoria sta proprio lì: smettere di guardare la diversità come un ostacolo e iniziare a vederla per quello che è — un altro campionato, che merita rispetto, spazio e applausi.

Se fossi così mi ammazzerei, non ditelo e allenatevi a non pensarlo.
Se fossi così, io, me la giocherei.

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